Commento alle letture della Dominica in Albis

DOMENICA 19 APRILE 2020 – II DI PASQUA ANNO A

La liturgia della Parola di questa Domenica della misericordia fa rivivere la Pasqua di Cristo e dei discepoli ricordando eventi storici che Dio misericordioso provvide e come la comunità dei credenti in Gesù si costituì nella comunione (prima lettura) e gioì nella prova (seconda).

Gli eventi vespertini del giorno della risurrezione di Gesù e della sera della seconda domenica (Vangelo) evidenziano che la fede più matura non dipende dal vedere il Cristo ma dal credere senza vederlo. Tommaso crede ammettendo le discontinuità della Pasqua.

Dagli Atti degli apostoli (2,42-47)

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Commento

La prima lettura racconta qualcosa che segue la Pentecoste, il primo annuncio ai Giudei di Pietro e le prime conversioni, motivate da come l’annuncio della morte/risurrezione di Cristo ha spezzato il cuore di una folla. Si formò la comunità di Gerusalemme, al cui centro stavano gli apostoli e intorno la moltitudine che il Signore aggiungeva tramite il battesimo.

La comunità di Gerusalemme viveva quattro dinamiche che si intersecavano come degli insiemi: la formazione, la comunione, la carità e la preghiera. Al centro dell’intersezione c’era l’azione del Signore che si rendeva presente nel suo Spirito e generava dei prodigi che autenticavano ognuna delle dinamiche. Il complesso dava testimonianza alla moltitudine.

L’insegnamento degli apostoli era una catechesi per credenti che ascoltava la Scrittura e la rileggeva a confronto con la vita cristiana attuale.

La comunione era la condivisione dei valori, dei beni economici e delle preoccupazioni. Con la cassa comune si faceva del bene e alcuni la sostenevano con i proventi della vendita di una proprietà.

La carità non si limitava al dare ciò che la cassa consentiva ai poveri, compresa quella diaconia delle mense di cui parla il cap. 6, ma anche relazione interpersonale con chi soffre e guarigione. 

La preghiera si svolgeva al tempio, del quale la comunità frequentava soprattutto il cortile dei pagani, aveva la caratteristica della lode e si condivideva con tutti i Giudei.

Un momento che rappresentava tutte e quattro le dinamiche, e che s’intravede in quello che gli Atti chiamano spezzare il pane, era il pranzo comune, sostenuto dalla Parola, caratterizzato da comunione e preghiera, e motivante la solidarietà. C’era la benedizione prevista dai Giudei per i pranzi e, un po’ alla volta, il pasto assunse una propria identità come eucaristia.

La comunità aveva come motore la perseveranza e come carburante la letizia. Tenevano gli impegni, non mancavano alle riunioni, davano tempo in un settore per il quale avevano un carisma e si lasciavano aiutare dalla misericordia delle persone divine, lodavano e ringraziavano. 

1Pt 1,3-9

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Commento

Un’esortazione che inizia con una benedizione rivolta a credenti in Gesù che vivono sotto il peso di una prova. Una consolazione, più che un’esortazione, in quanto essi hanno ricevuto una vita nuova dal Padre in Cristo risorto e nutrono la speranza di un’eredità che riceveranno nell’ultimo tempo.

La gioia, dice lo scritto con genuinità, è la compagna della prova perché i credenti sanno che, accettando la prova di cuore, la fede si purifica e porta a una maturazione: si diventa più liberi e più amanti e si avvicina la manifestazione di Cristo. La gioia si purifica perché non si hanno ricompense che in lui, in cui si crede senza vederlo.

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (Gv 20,29)

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Gesù si mostrò vivo a dei discepoli senza continuità con il fatto della morte ma con continuità della sua persona. Gli evangelisti Luca e Giovanni narrano la continuità, per aiutare a credere, evidenziando gli incontri che provocano un cambiamento dei discepoli. Raccontano anche la discontinuità: Gesù era morto e i discepoli subirono lo scacco, vivevano uno stacco e un ripiegamento, riprendendo una vita normale dopo la fase carismatica con Gesù. La storia ci dice l’eccezionalità delle apparizioni, la loro marginalità e diversità, l’impossibilità di uniformarle in un cliché o in un discorso. Il Risorto si fece incontro ad alcuni e li cambiò? E chi era per farlo?

Nell’apparizione che oggi la liturgia ci fa ascoltare, Gesù andò dai discepoli radunati nel timore. Temevano che li arrestassero, avevano pena per il maestro morto, eppure sperimentavano di amarlo e di amarsi. Gesù si fece riconoscere con il saluto d’abitudine: «‟Pace a voi”».

L’evangelista narra un dettaglio, che vide; egli fece lo stesso quando raccontò che vide acqua e sangue uscire dal costato trafitto del Crocifisso. Gesù, dice, «soffiò». Cosa significa «soffiò», e si riferisce a un altro? Il verbo è lo stesso dell’infusione dell’aria nelle narici di Adamo che ne fece un essere vivente (Genesi 2,7).

Gesù creò i discepoli, li cambiò e mise in loro l’arte di cambiare le persone, ammettendole alla comunione tramite il perdono. I discepoli cambiarono per un incontro che si impose ai loro ragionamenti e da paurosi e incartati nel fallimento, divennero fedeli all’amico e testimoni da persona a persona. Questo arriva anche a quanti accolgono il vangelo: Gesù viene incontro nella testimonianza e beato chi ci crede!

Tommaso impedisce il lieto fine, fa la domanda giusta poi passa oltre l’incredulità. La domanda giusta è se il Risorto è la stessa persona che era stata uccisa quel venerdì. Se non lo era, il cristianesimo sarebbe stato mitologia; se lo era reca in sé Dio: il Padre che risuscita Gesù nello Spirito e per mezzo dello stesso Spirito agisce oggi in chi crede. Tommaso fa dire al Risorto di essere il Crocifisso.

La tentazione dell’incredulità la supera perché rinuncia a fare del dubbio un’abitazione. Per essere fedele, costi quello che costi, alla verità che percepisce, lascia il dubbio per la verità che gli viene donata dall’alto. Alle parole di Cristo, infatti, dice subito «‟Mio Signore e mio Dio”», e non mette la sua mano nel suo fianco.

Gesù dice dunque: «”Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”». Questo unisce i credenti della prima ora, da un capo del filo, e coloro che i lettori incontrano dall’altro. Fra i primi, Luca disse di una donna che era beata per aver creduto (senza vedere): Maria, la madre di Gesù (Luca 1,45). Giovanni ascolta e applica a tutta la comunità che crede. Fra i lettori ci sarà qualcuno beato, felice per quanto riceve? Parlerà ad altri per accendere in loro l’amore di Cristo senza vederlo?

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