Domenica delle Palme

DOM. 5 APRILE 2020 – DOMENICA DELLE PALME ANNO A

Chissà se qualcuno si ricorda che, domenica scorsa, abbiamo lasciato Gesù a Betania; chissà se qualcuno ricorda che, causa la risurrezione di Lazzaro, Gesù venne riconosciuto da alcuni Giudei e denunciato da altri (Gv 11,45s)!?

Nel fare di qualche giorno, il sinedrio si riunì e decretò la morte di Gesù mentre lui rimaneva a Efraim, nella valle del Giordano. Secondo Giovanni, che aderisce ai fatti riscontrabili, Gesù tornò poi a Betania e ricevette l’unzione da Maria. Poi con Lazzaro, forse le sorelle, di sicuro dei discepoli andò verso Gerusalemme; la cosa venne risaputa e una folla gli andò incontro con entusiasmo, anche per vedere Lazzaro di cui tutti parlavano. 

Ascoltiamo ora San Matteo, il vangelo che oggi introduce la processione con l’ulivo.

Vangelo secondo Matteo (cap. 21, versetti 1-11)

Mt 21,1-3 – QUANDO FURONO VICINI A GERUSALEMME E GIUNSERO PRESSO BÈTFAGE, VERSO IL MONTE DEGLI ULIVI, GESÙ MANDÒ DUE DISCEPOLI, DICENDO LORO: «ANDATE NEL VILLAGGIO DI FRONTE A VOI E SUBITO TROVERETE UN’ASINA, LEGATA, E CON ESSA UN PULEDRO. SLEGATELI E CONDUCETELI DA ME. E SE QUALCUNO VI DIRÀ QUALCOSA, RISPONDETE: IL SIGNORE NE HA BISOGNO, MA LI RIMANDERÀ INDIETRO SUBITO». 

In Matteo, Gesù mostra sovranità sugli eventi, dimostrando di sapere cosa accadrà ai discepoli che manda a cercare “un’asina, legata, e con essa il puledro”. Non subisce quello che accade e non casca nel tranello di esporsi troppo. 

Mt 21,4-7 – ORA QUESTO AVVENNE PERCHÉ SI COMPISSE CIÒ CHE ERA STATO DETTO PER MEZZO DEL PROFETA: «DITE ALLA FIGLIA DI SION: ECCO, A TE VIENE IL TUO RE, MITE, SEDUTO SU UN’ASINA E SU UN PULEDRO, FIGLIO DI UNA BESTIA DA SOMA».I DISCEPOLI ANDARONO E FECERO QUELLO CHE AVEVA ORDINATO LORO GESÙ: CONDUSSERO L’ASINA E IL PULEDRO, MISERO SU DI ESSI I MANTELLI ED EGLI VI SI POSE A SEDERE.

I discepoli assecondano la folla e Gesù, cautamente in quanto consapevole dei rischi, accetta di salire su un’asina e che gli facciano festa. Per chi conosce la Bibbia, quindi anzitutto per Gesù, è un movimento messianico ma, salendo sull’asina, Gesù l’interpreta come segno di mitezza e salvezza. L’asina è infatti, nel profeta Zaccaria (9,9), l’animale che il messia cavalca per portare la pace a Israele, alle nazioni e alla terra (Zc 9,10). 

Mt 21,8s – LA FOLLA, NUMEROSISSIMA, STESE I PROPRI MANTELLI SULLA STRADA, MENTRE ALTRI TAGLIAVANO RAMI DAGLI ALBERI E LI STENDEVANO SULLA STRADA. LA FOLLA CHE LO PRECEDEVA E QUELLA CHE LO SEGUIVA, GRIDAVA: «OSANNA AL FIGLIO DI DAVIDE! BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE! OSANNA NEL PIÙ ALTO DEI CIELI!».

I discepoli e, molto di più, la folla, acclamano «Osanna», un grido di vittoria (Sal 118,25s) «al figlio di Davide», cioè quel Salomone che diede gloria al suo popolo (1Re 1,33). Questo risponde all’entusiasmo ma tradisce aspettative nazionalistiche.

Nel presentare l’episodio, il “Primo vangelo” ne fa una scena di adesione a Cristo del vero Israele, il popolo libero dalle direttive dei capi: comunione con il suo re, che acclama Messia-Cristo. 

Mt 21,10s – MENTRE EGLI ENTRAVA IN GERUSALEMME, TUTTA LA CITTÀ FU PRESA DA AGITAZIONE E DICEVA: «CHI È COSTUI?». E LA FOLLA RISPONDEVA: «QUESTI È IL PROFETA GESÙ, DA NÀZARET DI GALILEA».

Anche Matteo, però, è cauto verso questo «consenso»: dice che «tutta la città fu presa da agitazione» e che la folla rispondeva «questi è il profeta». «Il profeta» è il profeta pari a Mosé che doveva venire, un’altra figura del messia ma, in Matteo 16,14, era sulla bocca della folla come uno di quelli con i quali essa parlava di Gesù. 

Che la folla acclami Gesù «il profeta», ora è insufficiente. Lui pensava a come salvare il suo popolo aiutandolo a comprendere la regalità di Dio; la folla pensa a chi vince e fa prodigi; i discepoli a cosa se ne può ricavare. 

Gesù, insomma, per rivelare la sua messianità si è sottoposto alle richieste dei discepoli, non senza intravedere l’esito della loro imprudenza, e della folla, non senza distinguersi dalla sua agitazione, e ha così mostrato che rimaneva sotto i pesi dei fratelli per salvarli. 

Come diceva Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli» (1Cor 9,22). 

L’immagine dell’asina richiama il giogo, pur leggero, del vangelo, che bisogna portare; Gesù lo raccomanda quando rivela «sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29) e quando chiede di “perseverare”. 

_______________

Nel capitolo 49 di Isaia, Israele si lamenta perché si sente abbandonato ma il Signore gli ricorda che è la sua mamma e lo accudisce. Nella pagina che segue (la prima lettura della messa di oggi), chiamata “terzo canto del servo”, Israele parla con maturità e fede. 

Il servo da una parte è lo stesso popolo, dall’altra un testimone che Dio manda a Israele, uno che fa prevalere la sapienza, che attinge dalla Parola, sulle evidenze che, in questo momento, schiantano anche i più vigorosi.

Profeta Isaia (cap. 50, versetti 4-7)

Is 50,4 – IL SIGNORE DIO MI HA DATO UNA LINGUA DA DISCEPOLO, PERCHÉ IO SAPPIA INDIRIZZARE UNA PAROLA ALLO SFIDUCIATO. OGNI MATTINA FA ATTENTO IL MIO ORECCHIO PERCHÉ IO ASCOLTI COME I DISCEPOLI. 

Parla prima della propria parola “MI HA DATO UNA LINGUA DA DISCEPOLO”, perché ha ricevuto il dono di parlare sollevando chi è “SFIDUCIATO”; “prima” perché la Bibbia predilige i fatti ai sentimenti, e il terzo canto del servo apprezza come il discepolo più saggio il servo che si fa solidale. 

Parla poi della parola che (lo chiede al Signore) ascolta aprendo a lei l’orecchio il mattino presto. Questa parola gli annuncia anche una resistenza alle offese e alle botte. 

Is 50,5-6 – IL SIGNORE DIO MI HA APERTO L’ORECCHIO E IO NON HO OPPOSTO RESISTENZA, NON MI SONO TIRATO INDIETRO. HO PRESENTATO IL MIO DORSO AI FLAGELLATORI, LE MIE GUANCE A COLORO CHE MI STRAPPAVANO LA BARBA; NON HO SOTTRATTO LA FACCIA AGLI INSULTI E AGLI SPUTI. 

Avrebbe voluto ascoltare altro, ma Dio gli “HA APERTO L’ORECCHIO” con i dati di una realtà che è quella che è. 

Alcune frasi preparano il “quarto canto”, quello più noto che si ascolta nella Liturgia del venerdì santo (Is 52,13–53,12). Già in questo, il servo capisce di non potersi tirare indietro. 

Le espressioni sul dorso colpito richiamano altre che riguardano la persecuzione del giusto: “Sul mio dorso hanno arato gli aratori, / hanno scavato lunghi solchi” (Salmo 129,3); “Tu facevi del tuo dorso un suolo / e una strada per i passanti” (Is 51,23). 

La frase sulla faccia prepara parole della passione secondo Matteo: “Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono” (Mt 26,67). 

Is 50,7 – IL SIGNORE DIO MI ASSISTE, PER QUESTO NON RESTO SVERGOGNATO, PER QUESTO RENDO LA MIA FACCIA DURA COME PIETRA, SAPENDO DI NON RESTARE CONFUSO.

La forza non è sua perché diffida delle proprie reazioni, ma del Signore: “IL SIGNORE DIO MI ASSISTE”. Lui gli dà di non sperare sollievo, o di passare da aggredito ad aggressore, ma di capire che è l’ora di sopportare e di fare la faccia dura come Ezechiele, il profeta della notte d’Israele: “io ti do una faccia indurita quanto la loro” (Ez 3,8). 

Perseverare richiede di usare la lingua per far del bene piuttosto che per aumentare le lamentele. Ascoltare la Parola ci ricarica più che il resto, soprattutto se, come in questi giorni, le diamo lo spazio migliore, il mattino. 

__

Paolo valorizza un inno della liturgia che trova in una comunità e ne fa il motivo chiave di un’esortazione alla pazienza che nella Chiesa ognuno dovrebbe portare verso l’altro. Dice infatti nella frase che “lancia” il nostro testo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. Il testo è la seconda lettura della messa di oggi.

Lettera ai Filippesi di Paolo (cap. 2, versetti 6-11)

Fil 2,6-8 – CRISTO GESÙ, PUR ESSENDO NELLA CONDIZIONE DI DIO, NON RITENNE UN PRIVILEGIO L’ESSERE COME DIO, MA SVUOTÒ SE STESSO ASSUMENDO UNA CONDIZIONE DI SERVO, DIVENTANDO SIMILE AGLI UOMINI. DALL’ASPETTO RICONOSCIUTO COME UOMO, UMILIÒ SE STESSO FACENDOSI OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE E A UNA MORTE DI CROCE. 

La prima frase poggia sul motivo dell’abbassamento divino e della sua corrispondente esaltazione, che l’Antico Testamento accenna soltanto. La “condizione” è letteralmente la “forma” che Dio ha e alla quale Cristo rinuncia per raggiungere le persone, per divenire, dice “simile agli uomini”. 

Non era per lui motivo di “privilegio” perché viveva una tale forza e una tale serenità da volere che mille altri potessero partecipare di quella forma. 

“Dall’aspetto riconosciuto come uomo” ricorda che Gesù ha abbracciato la “forma” degli uomini. Tale scelta di sottomissione andò, dice l’inno, fino alla morte e, sembra che sia Paolo ad aggiungerlo, “fino alla morte di croce”. 

Sceglie di morire perché vede che questo l’associa a coloro che ama, le persone umane, e non fa conto di quel che perde perché tiene presente l’amore da cui viene e quello che contribuisce a creare. Come dire: “Basta paure, uomini, basta paura di morire! Non vi ho preceduto io per liberarvi dalla morte?!” 

Fil 2,9-11 – PER QUESTO DIO LO ESALTÒ E GLI DONÒ IL NOME CHE È AL DI SOPRA DI OGNI NOME, PERCHÉ NEL NOME DI GESÙ OGNI GINOCCHIO SI PIEGHI NEI CIELI, SULLA TERRA E SOTTO TERRA, E OGNI LINGUA PROCLAMI: «GESÙ CRISTO È SIGNORE!», A GLORIA DI DIO PADRE.

Gesù non perdette, anzi, acquisì più di quel a cui aveva deliberatamente rinunciato, perché viveva da sempre nell’amore del Padre e, con la Pasqua, ha potuto sperimentare che le persone umane, alle quali teneva, potevano con lui amare e liberare altri dalle catene dell’odio e dei sensi di colpa. 

I ginocchi si piegheranno non perché vuol farsi adorare ma perché ama così, così da aver la convinzione che redimerà tutti. 

Quali sentimenti l’inno rivela di Cristo? Quelli di colui che crede nella responsabilità di ognuno e spera che l’amore modifichi il quadro delle paure, umanamente comprensibili. A gloria di Dio, il Padre da cui tutto riceve. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *