Commento alle letture della V Domenica di Pasqua

DOMENICA 10 MAGGIO 2020 – V DI PASQUA

Più volte avvertiamo i segni di un cambiamento in atto e ci chiediamo cosa debba fare la Chiesa, con riforme adeguate e con il mantenimento di ciò che più vale, e cosa possiamo fare noi, che sperimentiamo incertezza e fatica. Il problema è presente nelle letture di questa Quinta domenica di Pasqua: ascoltiamo, uniti nell’impegno e nella gioia!

Dagli Atti degli apostoli (At 6,1-7)

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».

Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Commento

Nel racconto degli Atti degli apostoli avviene qualcosa di nuovo, l’aumento del numero dei discepoli, e nascono dei problemi di servizio nella distribuzione del cibo per i poveri, fra cui le vedove. Avveniva che alcune fra le vedove destinatarie diventavano collaboratrici.

Gli ellenisti discutono perché non si permetteva loro di distribuire. Nel giudaismo di Gerusalemme, non nelle sinagoghe della diaspora, infatti, a motivo della purità, le donne non potevano servire alle mense. La discussione dunque coinvolge la dottrina. 

La cosa viene portata davanti ai Dodici i quali si tirano fuori chiedendo di nominare sette capi idonei a supervisionare la distribuzione. La tradizione ricorda i nomi dei Sette che gli ellenisti portano davanti agli apostoli. 

I Dodici delegano loro la supervisione della diaconia delle mense dandole il carattere di una struttura della Chiesa che concorre come poco altro alla sua crescita. La preghiera e l’imposizione delle mani rappresentano l’azione dello Spirito del Signore risorto che convalida.

La decisioni non è di organizzazione ma di orientamento rispetto ai dogmi della purità e dell’appartenenza alla comunità giudaica. La comunità, grazie alla libertà del vangelo e alla carità di sorelle e fratelli, diventa una compagine dotata di autonomia e consistenza.

La nota finale sui sacerdoti che aderiscono vuol dire che diversi custodi della tradizione approvarono la scelta e che ebbe successo la versatilità dimostrata dai Dodici rispetto all’insorgere di nuove sfide. Questo suggerisce ai lettori di essere partecipi delle riforme che il Signore desidera.

Dal Salmo 32 (33)

R. Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate. Rit.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. Rit.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame. Rit.

Dalla Prima lettera di Pietro (1Pt 2,4-9)

Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».

Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

Commento

Quale luogo di riparo, quale casa, quale tempio hanno i credenti in Gesù, nella migrazione dalle loro case a quelle del pellegrinaggio? L’autore dice che loro stessi diventano il tetto gli uni degli altri se si uniscono a Cristo, a sua volta rifiutato dagli uomini ma prezioso davanti a Dio.

La pietra su cui si fondano è viva perché Gesù è risorto e ciò ha due aspetti: la grazia di stare con lui, e la scelta fra l’amore di chi è scartato o il rimpianto che fa morire. La stima della sorella e del fratello che hanno accanto è essere pietre vive.

Se rifiutano l’altro, rifiutano il Cristo come quelli che si scandalizzano per la sua Croce. Se amano Cristo come Dio l’ha amato, divengono pietre vive, cioè, in concreto, riferimenti per altri. Questa comunità sta davanti a Dio e porta davanti a lui il creato e l’umanità, e ciò avviene per dono del Padre.

Egli la fa erede della comunità del Sinai (Esodo 19), e del popolo che si radunava dopo l’esilio, al quale così prometteva:

“tu sei prezioso ai miei occhi,

perché sei degno di stima e io ti amo […].

Il popolo che io ho plasmato per me

celebrerà le mie lodi” (Isaia 43,4.21).

Alleluia, alleluia.

Io sono la via, la verità, la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,6)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Commento

Il vangelo di oggi ha tre parti: Gesù parla ai discepoli;  dialoga con Tommaso; dialoga con Filippo. Nella prima, parla già del suo abitare nel Padre dove si premura di accogliere i discepoli. Non hanno metabolizzato la morte che lui parla della risurrezione e ascensione (“«vado»”), delle apparizioni pasquali (“«ritornerò»”) e della comunione in Dio (“«dove io sono, siate anche voi»”).

Perché questa differenza fra ciò che percepiamo dal basso e quello che lui vede? Perché una volta che Gesù fu in Dio, tutto divenne semplice e attuato: “«È compiuto»” (Gv 19,30). L’eterno per noi è lunghissimo ma, per chi lo abita, è ora qui. Lo scambio con Tommaso dice il dialogo fra i due approcci, ambedue necessari.

La domanda di Tommaso mette al centro che non sanno dove vada. La domanda sul luogo riflette il morire di Gesù ma si apre sul come amare da discepoli… Quale via?

La risposta “«Io sono la via, la verità e la vita»” dice che l’amore ce lo mette Gesù, ricevendolo dal Padre che, chiamandoci a lui, ci chiama a sé.

La vita eterna è vivere la relazione con Cristo, se stessi, il creato e gli altri, come relazione donata dallo Spirito del Padre.

Nella terza parte, Gesù invita i discepoli ad andare con lui al Padre, e Filippo gli chiede di poter vedere Dio. Gesù dice a Filippo se crede che luiè nel Padre, oggi, accanto a loro e, viceversa, se crede che il Padre si mostra in quelle relazioni. Crede questo

Gesù, allora, si commuove: “«Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse»”. Vuol dire: “se non credete alle relazioni di amicizia che abbiamo, credete almeno per i prodigi-segni che ho compiuto”. 

E spariglia le aspettative di lieto fine parlando dei credenti che verranno dopo la Pasqua: quelli che crederanno senza vedere (Gv 20,29) faranno “«opere»” (prodigi-segni) ancora più grandi, grazie al fatto che lui va al Padre. 

Preghiere

1.       Ringraziamo per la comunione del Risorto accanto al Padre, di cui godono nello Spirito Maria assunta, gli apostoli, i gloriosi martiri e tutti i santi e le sante. Preghiamo.

2.       Preghiamo per coloro che credono in Gesù presente nella Chiesa, perché accettino le fatiche della fede e le superino per la sua amicizia. Preghiamo

3.       Chiediamo perdono per come ci lamentiamo per quello che manca, e preghiamo perché il Signore ci renda testimoni verso i credenti che vuole associare a sé. Preghiamo

4.       Chiediamo perdono per come teniamo poco vive le relazioni con lui e fra noi, e preghiamo perché alimentiamo intorno a questa comunità della Chiesa la fraternità. Preghiamo

5.       Preghiamo per chi non ha casa e vive fra stranieri, perché lo Spirito Santo trasformi ogni casa nella sua dimora e ogni altro in una sorella o in un fratello. Preghiamo.

Commento alle letture della IV Domenica di Pasqua

DOMENICA 3 MAGGIO – IV DI PASQUA ANNO A

Dagli Atti degli apostoli (2,14.36-41)

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Meditazione

Nel primo discorso ai Giudei, Pietro conclude l’anamnesi della Scrittura chiedendo alla casa d’Israele di riconoscere con certezza che Dio ha costituito Signore e Cristo il crocifisso risorto. La percezione della fine di Cristo da ignominia si trasformò in avvenimento di salvezza.

Questo, dice la nostra pagina, trafisse il cuore degli ascoltatori del discorso. La lettura immediata fa pensare al senso di colpa ma c’è di più l’aspetto di consolazione della Croce. Essa esorbita il peccato, come Dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20).

Quel «Convertitevi» non è allora solo pentirsi (il dispiacere o senso di colpa) ma cambiar vita e apprendere da lui a farlo con tre elementi: il perdono dei peccati, il battesimo nel nome di Cristo e il ricevere lo Spirito Santo. 

Bisogna vivere in relazione con lui le consuetudini della vita nuova e ciò va oltre la legge, va al giuramento di Dio ad Abramo. Dice l’apostolo ai Giudei: «per voi è la promessa e per i vostri figli», cioè per la discendenza oggetto della prima benedizione.

Non solo, c’è un altro di più: «e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro», cioè per coloro che in ogni popolo invocano il nome del Signore, pur invocando il nome che conoscono dalla propria tradizione. 

Dalla Prima lettera di Pietro (1Pt 2,20b-25)

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

Meditazione

L’esortazione rivolta a schiavi cristiani abbonda di consigli a non prendere troppo seriamente ciò che devono soffrire e a non esacerbarsi per le ingiustizie: esse vanno considerate inevitabili per condizione più che per volontà di un padrone. 

Ciò che li deve motivare non è però la sottomissione prevista per legge ma l’esempio di Cristo, il vero Servo sofferente di Isaia. La scelta di Cristo di non reagire alle violenze ma di pazientare, affidando l’attesa di giustizia interamente a Dio, motiva gli schiavi: possono e devono sì attendere giustizia ma affidando il modo e il momento a Dio.

Si contempla, infine, la salvezza riuscita: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime». Il passivo è divino: è il Padre che riconduce al Cristo i suoi figli, lui che è il pastore che può guidare il suo gregge ai pascoli della gioia, e che è il supervisore che tutela e accompagna.

La Prima lettera di Pietro stimola a elaborare i lutti, a vivere le malattie e i pericoli, a dominare le pulsioni (rabbie, depressioni) che schiavizzano. Grazie alla Parola, tale pazienza-perseveranza si rivela non tanto il risultato di uno sforzo dell’io, pur necessario, quanto piuttosto il frutto della relazione con Cristo, che aiuta a regolare le proprie inquietudini e a riscattare i propri limiti.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Meditazione

Le due parti della pagina di questa domenica propongono, un po’ connesse l’una all’altra, due parabole di Gesù: quella del pastore e quella della porta. L’ambiente, fisico e simbolico, è il portico di Salomone del tempio, fatto a recinto, nel quale Gesù cammina con i suoi. Indica gli avversari che occupano lo spazio e li ritrae come pastori che si accaparrano le pecore di Dio.

La porta dovrebbe offrire accesso alla salvezza alle pecore ma la falsità di estranei e ladri di fiducia ne impediscono la gioia. Invece di costoro, il Signore autentica come guide della comunità coloro che lo amano. Essi possono guidare il gregge stando fedeli allo stile trasmesso da Gesù; in questo modo, aiuteranno i credenti a stare con Cristo e a diffonderne la salvezza.

L’ultima parola di questa pagina è di quelle che si ricordano: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Il legame fra Cristo e la vita dice che non c’è lui senza lei e la vita eterna senza lui. Possiamo vivere se siamo in relazione con lui che in tutto si riceve dalla relazione offertagli dal Padre.

La vita eterna in Giovanni è infatti qualcosa di diverso dalla vita dopo la morte, il concetto della tradizione precedente e che la maggioranza anche oggi crede. La morte naturale interessa il giusto l’evangelista, perché tiene la sua attenzione per la morte come assenza: assenza di Dio, di sé, del creato e dell’altro. 

La vita naturale non lo appassiona mentre è un portavoce della vita derivante dalla relazione, della vita che si gusta amando. La vita eterna è la «relazione con Dio nel cuore di questa vita mortale» (Jean Zumstein). La morte naturale, la si può affrontare in relazione con Cristo.

Il giudizio di Dio, non lo si teme come futuro e ignoto: lo si accoglie volentieri come noto, di salvezza e già ricevuto nella Pasqua di Cristo. Se condividiamo l’amore di Cristo, riceviamo e allarghiamo ad altri la vita e la vita «in abbondanza». 

Ciò è un dono offerto a tutti i credenti, a favore di mondo e umanità. Ad aiutare i credenti, il Signore chiama i pastori che rappresentano Cristo, per il dono dell’ordine, le sorelle e i fratelli che lo amano con speciale consacrazione. Per questo la preghiera, in questa giornata delle vocazioni, è soprattutto per le vocazioni di servizio, missione e consacrazione religiosa.

Preghiere

1.         Affidiamo il creato a colui che nel suo Figlio e nello Spirito l’ha voluto e lo sostiene, e preghiamo perché l’umanità cooperi con il lavoro a liberarlo dalle sue follie. Preghiamo.

2.         Ringraziamo per i ministri, i missionari e i consacrati, e preghiamo perché gli Stati agevolino la loro vocazione di servire la fede e la generosità di ogni credente. Preghiamo.

3.         Chiediamo perdono per la sfiducia e il terrore che hanno percorso il mondo, e preghiamo perché tutti aderiscano al pastore e custode delle nostre anime. Preghiamo.

4.         Ricordiamo i perseguitati per la giustizia e per la fede, e preghiamo perché sia data a ognuno la possibilità di contribuire alla pace e al progresso dei popoli. Preghiamo.

5.         Chiediamo di comprendere la nostra vocazione come le pecore conoscono la voce del Pastore, e preghiamo perché camminiamo fedeli verso la vita eterna. Preghiamo.

Commento alle letture della III Domenica di Pasqua

TERZA DOMENICA DI PASQUA ANNO A

Prima lettura – Dagli Atti degli apostoli (At 2,14.22-33)

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 

Dice infatti Davide a suo riguardo: Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione.

Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

Commento

Pietro fa il primo annuncio della risurrezione ai Giudei e combina tre soggetti: i capi, i romani e Dio. I capi decretarono la condanna a morte di Gesù e i romani l’eseguirono ma Dio portava avanti il suo disegno e l’ha risuscitato. 

Riferisce poi che nel Salmo 16 Davide fa un atto di fede nel superamento della corruzione che, riguardo a lui, ha avuto effetto quanto a liberarlo dalle insidie del suo tempo ma, dopo la morte, no. Pietro ha capito la discontinuità della risurrezione di Gesù.

Pietro, quel galileo che era impaurito e che aveva evitato i pericoli di arresto fino a rinnegare Gesù, lo vediamo ora prendere la parola con coraggio e interpretare le Scritture con autorità. Quale cambiamento è avvenuto?

In qualche modo lo dice lui stesso: Cristo innalzato accanto al Padre ha effuso lo Spirito (a Pentecoste) e ha reso lui e gli altri discepoli testimoni. Pietro non butta lì quel che gli viene ma la risurrezione come esaltazione di Cristo al Padre e causa dell’effusione dello Spirito Santo.

Non rimarca la colpa dei capi di Israele ma l’efficacia del piano di Dio, che vale per tutti, anche per chi l’aveva crocifisso e per tutti i peccatori. Dio è più grande del nostro cuore e ci offre tutto perché a nostra volta doniamo tutto. 

Seconda lettura – Dalla Prima lettera di Pietro (1Pt 1,17-21)

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Commento

La lettera esorta a vivere nel timore di Dio, invece che nella paura delle cose che avvengono. Vivono un tempo da immigrati, letteralmente una «parrocchia». Invocano abitualmente Dio e fanno bene ma non si devono aspettare che tutto vada bene. Devono invocare il Padre a con più forza perché aumenta l’incertezza sociale e perdono delle salvaguardie di legge.

Era per i cristiani di Roma il tempo di mezzo fra l’antipatia pubblica per la loro alterità al politeismo di Stato e quello della persecuzione vera e propria. Diminuiva la solidarietà e si vedevano confiscati dei beni, ma ecco che l’apostolo li esorta a non badare ai beni di «argento e oro» ma al bene che non perderanno mai.

A liberarli dal male è stato «il sangue prezioso di Cristo», impagabile e gratuitamente versato per loro, innocente come di «agnello senza difetti e senza macchia». Loro sanno che li ha amati ma non ricordano abbastanza che proprio in quel tempo che loro criticano egli si è a loro manifestato nell’iniziazione cristiana.

Dio ha risuscitato il Cristo e loro sono rinati dal battesimo nel suo nome. Devono vivere con speranza e fede in Dio, come degli immigrati che per un breve tempo stanno in un Paese poco accogliente e fanno il loro esodo verso un altro in cui potranno dimorare per sempre. Dio che ha soccorso il suo Figlio con la risurrezione farà lo stesso per loro.

Vangelo – Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento

Marco (16,12s) racconta dell’apparizione del Risorto a due che erano per strada, i quali lo riconoscono a fatica poi ne narrano l’incontro agli Undici, i quali però non credono loro. Nella pagina di questa Terza domenica di Pasqua, di San Luca, abbiamo i due e la fatica a riconoscere Gesù e, al termine, anche la loro narrazione agli Undici; ma non che questi non credettero.

Luca fa un vero racconto, uno dei meglio riusciti del suo Vangelo. In esso, i due conversano poi a Gesù descrivono quello che è accaduto. Non è sufficiente ma qualcosa è e permette a Gesù di rispondere. Le descrizioni hanno del buono; meglio descrivere che tacere, anche se si fanno delle figurette.

Descrivono qualcosa che, per contenuti, sarebbe il vangelo degli apostoli ma, per emozioni, è un soppesare privo di slancio, il rimuginio di chi non ha che tristezza. Il quadro ha un’ironia che sorprende: parlano di lui con lui! Notiamo che riportano indietro il film alla stima che il popolo riversava sul profeta, sul re che li avrebbe liberati. Parole di gergo.

Gesù allora, lo sappiamo, li scuote, e li rinvia più indietro (ironia), ai profeti che, nella Bibbia, hanno parlato del Cristo che patisce per entrare nella gloria. Spiegò, letteralmente «fece l’esegesi» di tutto ciò che lo riguardava. Qui, i due, hanno già sperimentato una novità e si fanno premurosi verso chi appena avevano conosciuto, perché non corresse dei rischi.

Gesù resta e, a cena, compie la benedizione prevista poi, nel momento in cui egli offre loro un boccone, «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». Questo fa specchio ai cristiani che nell’eucaristia sperimentano la presenza reale del Signore. Il racconto però aggiunge subito che quel riconoscere non è il culmine, che ora lui «sparì dalla loro vista».

Facciamo attenzione perché non è facile. Lui si sottrae a loro diminuendo la propria potenza per rispettare la libertà loro, e di tutti, di credere senza vedere, e indicando ai credenti il valore di ogni testimone e di ogni cercatore che bussa. Sì, li impoverisce di uno specchio, ma li arricchisce dando fiducia alla loro responsabilità e ne assisterà ancora i passi.

Al termine, quella dei due agli Undici e agli altri non è più una descrizione con il cuore distante ma una narrazione nella quale dicono che lui li ha cambiati e ha riempito la loro vita. Ci proponiamo anche noi di dire la fede senza bisogno di paroloni, fidandoci che lo Spirito ci dà in quel momento quello che occorre dire.

Via Lucis

Giovedì 23 Aprile alle ore 20:30 saremo in diretta sulla pagina Facebook e sul canale YouTube per celebrare insieme un momento di preghiera, devozione e riflessione che ci darà modo di ripercorrere i Vangeli della Resurrezione e le apparizioni del Signore.

Commento alle letture della Dominica in Albis

DOMENICA 19 APRILE 2020 – II DI PASQUA ANNO A

La liturgia della Parola di questa Domenica della misericordia fa rivivere la Pasqua di Cristo e dei discepoli ricordando eventi storici che Dio misericordioso provvide e come la comunità dei credenti in Gesù si costituì nella comunione (prima lettura) e gioì nella prova (seconda).

Gli eventi vespertini del giorno della risurrezione di Gesù e della sera della seconda domenica (Vangelo) evidenziano che la fede più matura non dipende dal vedere il Cristo ma dal credere senza vederlo. Tommaso crede ammettendo le discontinuità della Pasqua.

Dagli Atti degli apostoli (2,42-47)

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Commento

La prima lettura racconta qualcosa che segue la Pentecoste, il primo annuncio ai Giudei di Pietro e le prime conversioni, motivate da come l’annuncio della morte/risurrezione di Cristo ha spezzato il cuore di una folla. Si formò la comunità di Gerusalemme, al cui centro stavano gli apostoli e intorno la moltitudine che il Signore aggiungeva tramite il battesimo.

La comunità di Gerusalemme viveva quattro dinamiche che si intersecavano come degli insiemi: la formazione, la comunione, la carità e la preghiera. Al centro dell’intersezione c’era l’azione del Signore che si rendeva presente nel suo Spirito e generava dei prodigi che autenticavano ognuna delle dinamiche. Il complesso dava testimonianza alla moltitudine.

L’insegnamento degli apostoli era una catechesi per credenti che ascoltava la Scrittura e la rileggeva a confronto con la vita cristiana attuale.

La comunione era la condivisione dei valori, dei beni economici e delle preoccupazioni. Con la cassa comune si faceva del bene e alcuni la sostenevano con i proventi della vendita di una proprietà.

La carità non si limitava al dare ciò che la cassa consentiva ai poveri, compresa quella diaconia delle mense di cui parla il cap. 6, ma anche relazione interpersonale con chi soffre e guarigione. 

La preghiera si svolgeva al tempio, del quale la comunità frequentava soprattutto il cortile dei pagani, aveva la caratteristica della lode e si condivideva con tutti i Giudei.

Un momento che rappresentava tutte e quattro le dinamiche, e che s’intravede in quello che gli Atti chiamano spezzare il pane, era il pranzo comune, sostenuto dalla Parola, caratterizzato da comunione e preghiera, e motivante la solidarietà. C’era la benedizione prevista dai Giudei per i pranzi e, un po’ alla volta, il pasto assunse una propria identità come eucaristia.

La comunità aveva come motore la perseveranza e come carburante la letizia. Tenevano gli impegni, non mancavano alle riunioni, davano tempo in un settore per il quale avevano un carisma e si lasciavano aiutare dalla misericordia delle persone divine, lodavano e ringraziavano. 

1Pt 1,3-9

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Commento

Un’esortazione che inizia con una benedizione rivolta a credenti in Gesù che vivono sotto il peso di una prova. Una consolazione, più che un’esortazione, in quanto essi hanno ricevuto una vita nuova dal Padre in Cristo risorto e nutrono la speranza di un’eredità che riceveranno nell’ultimo tempo.

La gioia, dice lo scritto con genuinità, è la compagna della prova perché i credenti sanno che, accettando la prova di cuore, la fede si purifica e porta a una maturazione: si diventa più liberi e più amanti e si avvicina la manifestazione di Cristo. La gioia si purifica perché non si hanno ricompense che in lui, in cui si crede senza vederlo.

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (Gv 20,29)

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Gesù si mostrò vivo a dei discepoli senza continuità con il fatto della morte ma con continuità della sua persona. Gli evangelisti Luca e Giovanni narrano la continuità, per aiutare a credere, evidenziando gli incontri che provocano un cambiamento dei discepoli. Raccontano anche la discontinuità: Gesù era morto e i discepoli subirono lo scacco, vivevano uno stacco e un ripiegamento, riprendendo una vita normale dopo la fase carismatica con Gesù. La storia ci dice l’eccezionalità delle apparizioni, la loro marginalità e diversità, l’impossibilità di uniformarle in un cliché o in un discorso. Il Risorto si fece incontro ad alcuni e li cambiò? E chi era per farlo?

Nell’apparizione che oggi la liturgia ci fa ascoltare, Gesù andò dai discepoli radunati nel timore. Temevano che li arrestassero, avevano pena per il maestro morto, eppure sperimentavano di amarlo e di amarsi. Gesù si fece riconoscere con il saluto d’abitudine: «‟Pace a voi”».

L’evangelista narra un dettaglio, che vide; egli fece lo stesso quando raccontò che vide acqua e sangue uscire dal costato trafitto del Crocifisso. Gesù, dice, «soffiò». Cosa significa «soffiò», e si riferisce a un altro? Il verbo è lo stesso dell’infusione dell’aria nelle narici di Adamo che ne fece un essere vivente (Genesi 2,7).

Gesù creò i discepoli, li cambiò e mise in loro l’arte di cambiare le persone, ammettendole alla comunione tramite il perdono. I discepoli cambiarono per un incontro che si impose ai loro ragionamenti e da paurosi e incartati nel fallimento, divennero fedeli all’amico e testimoni da persona a persona. Questo arriva anche a quanti accolgono il vangelo: Gesù viene incontro nella testimonianza e beato chi ci crede!

Tommaso impedisce il lieto fine, fa la domanda giusta poi passa oltre l’incredulità. La domanda giusta è se il Risorto è la stessa persona che era stata uccisa quel venerdì. Se non lo era, il cristianesimo sarebbe stato mitologia; se lo era reca in sé Dio: il Padre che risuscita Gesù nello Spirito e per mezzo dello stesso Spirito agisce oggi in chi crede. Tommaso fa dire al Risorto di essere il Crocifisso.

La tentazione dell’incredulità la supera perché rinuncia a fare del dubbio un’abitazione. Per essere fedele, costi quello che costi, alla verità che percepisce, lascia il dubbio per la verità che gli viene donata dall’alto. Alle parole di Cristo, infatti, dice subito «‟Mio Signore e mio Dio”», e non mette la sua mano nel suo fianco.

Gesù dice dunque: «”Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”». Questo unisce i credenti della prima ora, da un capo del filo, e coloro che i lettori incontrano dall’altro. Fra i primi, Luca disse di una donna che era beata per aver creduto (senza vedere): Maria, la madre di Gesù (Luca 1,45). Giovanni ascolta e applica a tutta la comunità che crede. Fra i lettori ci sarà qualcuno beato, felice per quanto riceve? Parlerà ad altri per accendere in loro l’amore di Cristo senza vederlo?

Messe Pasquali: orari dirette

Sabato Santo: Veglia Pasquale ore 21:00

Domenica di Pasqua:

ore 9:00 dall’Ospedale

ore 10:00 da san Bartolomeo

ore 11:30 da Monteobizzo

ore 18:00 dal coro del Convento

Lunedì dell’Angelo: ore 11:15 da Riccò

Domenica 19 Aprile: in Albis e della Misericordia:

ore 10:00 da Gaiato

ore 18:00 dal coro del Convento

Meditazione per le letture del giorno di Pasqua

Letture giorno di Pasqua

DOMENICA 12 APRILE 2020 PASQUA

Buona Pasqua, carissimi fratelli e sorelle!

La liturgia della domenica di Pasqua offre di scegliere fra alcuni brani, tutti del Nuovo Testamento. Non stupitevi se trovate altri brani in qualche pubblicazione. Qui vi offriamo le letture che riusciamo meglio ad accostare.

Dagli Atti degli apostoli (At 10,34a.37-43) 

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.

E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.

E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Commento

La testimonianza di Pietro dopo la Pentecoste a Cornelio e alla sua casa descrive la vicenda di Gesù come autenticata da Dio, un po’ come a Nazaret Gesù disse di essere consacrato per portare il lieto annunzio ai poveri (Luca 4). Qualifica se stesso e gli altri come testimoni di «tutte le cose» e, finalmente, fa l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù. La fede di Pietro è ora matura e lo Spirito l’ha reso un testimone, un apostolo. 

Precisa che è Dio ad avere permesso a loro di credere e di testimoniare (ammissione di fragilità) rimanendo con loro dopo la risurrezione. L’annuncio è per tutti quelli che sono in ricerca, anche per lui, Cornelio che, da soldato, non è che avesse tempo per fare delle gran ricerche. L’annuncio culmina nell’affermazione, conforme a «tutti i profeti» (dunque accessibile ai Giudei e ai loro simpatizzanti), che «chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». 

1Cor 5, 6-8

Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la posta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzim.

E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!

Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.

Commento

Paolo sta sgridando dei Corinzi credenti in Gesù che si vantavano di tenere fra loro un fratello che ha peccato in forma continuata e pubblica, con l’incesto, perché, secondo loro, in Cristo si deve superare ogni giudizio morale. Non aggredisce il peccatore di incesto ma il peccato di vanto dei suoi avvocati, e lo fa descrivendolo come il lievito che fa fermentare la pasta, cioè come una superiorità ai comandamenti che fa perdere anche l’amicizia di Cristo. Anche Gesù aveva parlato del lievito dell’ipocrisia. 

Nella pasqua giudaica, si doveva liberare la casa da ogni pane fermentato e ripartire da capo. Paolo ne prende lo spunto per insegnare che in Cristo bisogna essere azzimi, non come pane bello gonfio, purificati dall’obbedienza che costa personalmente, e dà la motivazione più importante: «Cristo nostra pasqua è stato immolato». Ci sono delle conversioni che non si riesce ad attuare se non per amore di lui che, per amore nostro, ha dato tutto se stesso. Per amore, non per legge, quindi obbedendo di più che alla legge. 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10)

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Commento 

San Matteo, come gli altri evangelisti, racconta da appassionato di Cristo e propone con cura ciò che spera aiuti altri a credere. La sua è una testimonianza di fede che presenta dei dati di realtà, constatabili da parte di tutti, ma enfatizza che quello che descrive l’ha fatto il Signore. Per questo, pur trasmettendo dati storici, si preoccupa di sostenere l’atto di credere. Capiamo che a maggior ragione ciò che descrive di riscontrabile ha valore: non aveva l’intenzione di costruire una storia accessibile a non credenti. Vediamo tali dati. 

Non può essere stata la Chiesa a dire la fede nella risurrezione perché l’ha ricevuta dalla tradizione orale. La Chiesa si formò a partire dalla fede nella morte e risurrezione di Gesù, anche se sulla base di relazioni avviate da Gesù in Galilea. Grazie a testi oculari, si formarono due fondamentali tradizioni orali: l’una trasmise che il sepolcro era vuoto, l’altra che Gesù apparve. La fede esplicita che Gesù era risorto dai morti, nei primi testimoni, si ebbe poco, e nessuno descrisse il momento del risorgere di Gesù (lo fa qualche vangelo apocrifo fantasioso). 

I Vangeli e Paolo parlano del sepolcro vuoto con leggerezza, come poco importante per la fede più matura. In Matteo 27, il sepolcro fu preso in consegna dalle guardie del Sinedrio ma, il mattino del giorno dopo la festa, essi lo constatarono, era vuoto.  Si deve ricordare che, normalmente, quando moriva una persona che aveva rispettabilità, la sua salma veniva seppellita in un primo sepolcro, per poi trasferirla in uno importante, che andava preparato, circa un mese dopo. Le storie e l’archeologia non rilevano il secondo sepolcro di Gesù ma solo il primo, vicino il Gòlgota. Sembra una verifica che la salma di Gesù non era nel sepolcro. 

Giovanni è l’unico che narra (al capitolo 20, che trovate in qualche messale oggi) lo sviluppo delle constatazioni del discepolo amato e di Pietro al sepolcro. Non hanno apparizioni di angeli, ma assommano il sepolcro vuoto, le bende, il sudario; il discepolo amato viene poi soccorso dalla memoria delle Scritture. Così arriva alla fede, a quella più matura degli altri, relativa al fatto che Gesù era risorto dai morti. In realtà l’enfasi del Quarto vangelo non è neppure su questa fede ma su quella di chi crederà senza aver visto. Lo vedremo domenica prossima.

La tradizione orale di un’apparizione di Gesù aveva due assi quanto ai destinatari e due quanto al luogo. A chi apparve? Ancora due tipi di destinatari: delle e dei seguaci, e i discepoli che vennero costituiti testimoni. Il primo tipo è anche detto di riconoscimento e ha tre versioni. La prima è l’incontro con le donne che si ha qui, in Matteo 28, e in Giovanni 20; tale incontro viene preceduto da uno o più angeli nelle tradizioni del sepolcro vuoto. Il secondo tipo ricorda l’apparizione del Risorto agli undici (tutti i testimoni), ai sette discepoli in Gv 21, a due discepoli in Marco 16 e Luca 24 (quelli che andavano a Emmaus), in 1Corinzi 15 a 500 fratelli e, ancora, a Giacomo e agli apostoli; per ultimo, infine, a Paolo. Nel nostro brano, le donne vanno a parlare con i discepoli poi lo stesso Risorto si manifesta loro. La gradualità del riconoscere significa che Gesù non era percepibile da tutti; quindi, se fossero esistiti i nostri telefonini, non l’avrebbero potuto ritrarre. Se avessero provato a fare un «selfie», lui non veniva! Per vederlo ci vuole una fede dall’alto abbracciata volontariamente. 

In quali luoghi apparve? In Galilea in Matteo 28 e Giovanni 21. A Gerusalemme secondo 1Corinzi 15, Luca 24 (e sulla strada di Emmaus), Giovanni 20 e Atti 1; non si sa dove in Marco 16; sulla strada di Damasco a Paolo (Atti 9; 22; 26). La pluralità dei luoghi di apparizione dice che non si tratta di un unico episodio, legato alla fascinazione, come avviene in una suggestione, ma di tanti eventi, narrati da testi i quali non hanno concordato cosa e come dire. 

Il Primo Vangelo aggiunge che, nell’apparizione di Gesù alle donne, lui dice loro di andare dai discepoli raccomandando che vadano in Galilea. Anche noi dobbiamo fidarci della testimonianza che Dio ha risuscitato Gesù per come la offrono coloro che lui ha incontrato. La ragione ci aiuta ripassando i luoghi, i tempi, le persone e la loro credibilità, sia i dettagli sia l’insieme, e tirando le conseguenze. La Chiesa che presenta Gesù risorto ci aiuterà a unire con gioia ragione, sentimento e fede, celebrando per 50 giorni la stessa pasqua di risurrezione. Questo potremo testimoniare, come dei nuovi Matteo, a nostra volta.

Meditazione per le letture della Veglia Pasquale

Letture Veglia pasquale 2020

La veglia fa ascoltare sette brani dell’Antico Testamento, seguiti da altrettanti salmi o cantici, una lettura di Paolo e il Vangelo del sepolcro vuoto, quest’anno da Matteo. Presentiamo tre letture che rappresentano i tre assi dell’Antico Testamento (Legge, Profeti e Scritti) e il Vangelo. 

Terza lettura della veglia

Dal libro dell’Esodo (14, 15-15,1)

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.

Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!». 

Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. 

In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.
Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero: «Voglio cantare al Signore, / perché ha mirabilmente trionfato».

Commento

«Perché gridi verso di me?»: la domanda da cui parte il brano testimonia lo sconforto che regnava nel popolo che, pur sostenuto dalle promesse di Dio, era partito in fretta dall’Egitto e ora si trovava il cammino sbarrato dal mare. Il Signore l’assiste e Mosé media il suo intervento stendendo la verga due volta, per aprire le acque e per chiuderle.

Come si fa ad attraversare le acque della morte? Come si può rinascere? Per Dio è chiaro ma per i credenti si tratta di esercitare la pazienza e di muovere un passo alla volta nella direzione che le promesse indicano. Queste acque da attraversare sono un’esperienza che segna l’umanità, come avviene di nuovo al tempo di Giosuè che accompagna il popolo dentro il Giordano. Tornano nell’angoscia di questo tempo e richiamano il battesimo che seppellisce e fa passare a Dio, come dice la Lettera ai Romani (cap. 6, ottava lettura della veglia). Dopo si capisce, prima ce ne vuole. Dice così anche Gesù a Pietro: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” (Gv 13,7).

Dopo, “Israele vide”. Prima ascolti, poi vedrai; prima eserciti l’atto di credere abbandonandoti a lui come Cristo si è abbandonato al Padre sulla croce, poi ricevi le prove e ti si libera il canto. Il canto dice che l’esodo della vita non è un percorso esistenzialista, un viaggio senza meta. Il ristoro c’è e si arricchisce di gioia perché il Signore agisce. 

Quarta lettura della veglia

Dal libro del profeta Isaia (54, 5-14)

Tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo d’Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore. Ora è per me come ai giorni di Noè, quando giurai che non avrei più riversato le acque di Noè sulla terra; così ora giuro di non più adirarmi con te e di non più minacciarti. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia.

Afflitta, percossa dal turbine, sconsolata, ecco io pongo sullo stibio le tue pietre e sugli zaffìri pongo le tue fondamenta. Farò di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di berilli, tutta la tua cinta sarà di pietre preziose. Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, grande sarà la prosperità dei tuoi figli; sarai fondata sulla giustizia. Tieniti lontana dall’oppressione, perché non dovrai temere, dallo spavento, perché non ti si accosterà.

Commento

Questa pagina compie il «Quarto canto del servo», che racconta il prezzo di sofferenze che il servo paga mostrando la fecondità del servo: il Signore lo ricompensa facendosi incontro a Gerusalemme come il suo sposo oltre ogni aspettativa. Le parole sulla donna «abbandonata e con l’animo afflitto» e «sposata in gioventù» si applicano all’umanità atterrita, che sperimenta l’abbandono ma anche la forza delle relazioni. Il «tuo redentore», la sua parte, la fa. 

Non si torna alla distruzione del diluvio perché la prospettiva di morire ha una parabola e lascia spazio alla rinascita. Israele non tornerà in esilio a Babilonia e non deve prevedere altra angoscia. A testimoniare la saldezza di questa speranza sono le mura e le porte di Gerusalemme che i reduci finalmente vedono. Quelle mura il poeta le trasfigura, per indicare la città che sarà, riedificata e impreziosita di tanti bambini e giovani. Ogni persona è pietra viva e preziosa, specialmente chi è provato e anche chi manca all’appello. Accogliere chi soffre, il cittadino come il pellegrino, esercitare la fratellanza e sorellanza fa sì che non si esili neppure più un cagnolino e non si opprima più alcuno. Non produrre spaventi ma diventare umani. 

Salmo che segue l’Epistola

Dal libro dei Salmi (118,1s, 16s, 22s)

R. Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,

perché il suo amore è per sempre.

Dica Israele:

«Il suo amore è per sempre». R.

La destra del Signore si è innalzata,

la destra del Signore ha fatto prodezze.

Non morirò, ma resterò in vita

e annuncerò le opere del Signore. R. 

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi. R.

Commento

Il salmo 118 esorta il popolo d’Israele a lodare e ringraziare il Signore perché lo ama, l’ha amato e l’amerà (vv. 1-4, dai quali la prima strofa). Il salmista esorta a lodare la comunità e le sue diverse componenti, compresi coloro che simpatizzano, e dà il motivo, sperimentato, del ringraziare: il perdurare della capacità che Dio ha di salvare. 

L’inno ricorda poi delle vicende che hanno toccato nel vivo la carne della comunità che prega, nelle quali Dio l’ha salvata (vv. 5-18, dai quali la seconda strofa). Chi riprende vita si mette a dirlo a tutti e diventa annunciatore. Parla su scala domestica e senza finzioni, così che chi lo conosce avverte la vita nuova una moltiplicazione di grazia. 

Nell’ultima sezione il salmo ritrae chi prega davanti al tempio, dove (nella festa delle Capanne) si fa festa intorno all’altare (vv. 19-27, dai quali la nostra terza strofa). La pietra d’angolo univa due muri dando saldezza. La frase eredita la tradizione biblica della scelta di Dio che sorprende le previsioni e rappresenta la città che si ricostruisce grazie alla solidarietà. 

Vangelo della veglia

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10)

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Commento

Il racconto salda l’evento ai luoghi e ai tempi che tutti possono verificare e, al tempo stesso, a una manifestazione dal carattere personale e divino. Supponendo che siano le 6 di mattina, sono passate circa 36 ore dalle tre del venerdì, ora della morte di Gesù, 33 dalla sepoltura. Maria di Magdala e l’altra Maria si erano sedute là (Mt 27,61) e il Sinedrio aveva lasciato delle guardie a vigilare (27,66). Matteo ritrae il «primo giorno» nel quale Gerusalemme torna ai ritmi della settimana dopo la sua festa. All’alba, leggiamo, le donne andarono di nuovo al sepolcro. Maria veniva da Magdala, villaggio vicino Tiberiade, e tale nome ritorna nelle tradizioni pasquali. 

Di genere invece teofanico sono il terremoto e l’apparizione dell’angelo che rotola la pietra e vi si siede sopra. Le guardie e le donne si spaventano fino ad atterrire. Le donne non sapevano cosa fare però Dio attraverso l’angelo le tranquillizzò dicendo «Voi non abbiate paura!» Con forza e fermezza le rassicura. È quello che vuole fare anche con noi perché si è sicuri solo quando Dio fa e dice qualcosa di suo. L’angelo annuncia alle donne che Gesù è risorto, che quindi non ha senso cercarlo in quel luogo di morte. Lo possono però constatare: è vuoto. Devono andare dai discepoli, svegliarli e dire loro che è risorto e li precede in Galilea come aveva preannunciato. 

Corrono, parlano poi incontrano Gesù in persona e l’adorano. Su quale via, di andata o di ritorno? Se all’andata, Gesù conferma la sollecitazione dell’angelo, rafforzando il mandato delle testimoni. Se al ritorno, la parola di Matteo è simile a quella degli altri Vangeli: Gesù ripete di andare dai discepoli raccomandando che vadano in Galilea perché non avevano creduto al primo racconto delle donne. Bisogna fidarsi in ogni modo della testimonianza che Dio ha risuscitato Gesù per come la offrono coloro che lui ha incontrato. La Chiesa stessa l’ha ricevuta dalla tradizione orale quando non era ancora la Chiesa, e nasce proprio dalla testimonianza. La sua fede viene dall’ascolto e si genera anche oggi grazie alla testimonianza che ognuno a sua volta dà. 

Commento alle letture del venerdì Santo

Venerdì santo 2020

In questo giorno, nella liturgia della passione, ascoltiamo un brano di Isaia, il “Quarto canto del servo” (Is 52,13–53,12), e l’esortazione della Lettera agli Ebrei ad accostarsi con fiducia a lui (Eb 4,14-16; 5,7-9). Soprattutto, ascoltiamo la Passione secondo Giovanni. La riportiamo con qualche nota di meditazione, quest’anno più sensibile causa il dramma che il mondo sta vivendo. 

GIOVANNI 18,1-11

Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”, perché si compisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato”. Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?”. 

MEDITAZIONE

Uscendo dal cenacolo l’eco del discorso iniziato dopo la lavanda dei piedi si spegne. Vanno nel giardino che richiama quello dei progenitori e qui, come il Padre disse e tutto fu fatto, Gesù dice ai soldati «Io sono». Questo li confonde e libera i suoi che possono andare. Gesù «sapeva», e non vive l’abbandono perché ha il Padre con sé. I discepoli si separano ma invierà il Paraclito ad assisterli. 

GIOVANNI 18,12ss

Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo”.

MEDITAZIONE

L’arresto è il sintomo che è finita ma anche che si sta realizzando il progetto del Padre che «un solo uomo muoia per il popolo» (11,50). Di esso il sommo sacerdote ebbe il presentimento, se pur per ricavarne un vantaggio. 

GIOVANNI 18,15-18

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: “Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non lo sono”. Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

MEDITAZIONE

Tre volte la Passione parla di un «altro discepolo», dicendolo noto o conosciuto ai sacerdoti e non chiarisce chi è. Entra per la porta e cerca di star vicino a Gesù mentre Pietro si tutela come chi ha capito che non c’è nulla da fare. Il sentimento del primo è meglio della ragione del secondo. 

GIOVANNI 18,19-27

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto”. Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

MEDITAZIONE

L’interrogatorio del Sinedrio riguarda l’insegnamento di Gesù. Essi sapevano quello che aveva detto nelle sinagoghe della Galilea, perché avevano mandato dei farisei ad ascoltare e avevano a due passi il tempio. Gesù disse la sua parola più chiara con il gesto della purificazione dai venditori. 

GIOVANNI 18,28-32

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: “Che accusa portate contro quest’uomo?”. Gli risposero: “Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato”. Allora Pilato disse loro: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!”. Gli risposero i Giudei: “A noi non è consentito mettere a morte nessuno”. Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

MEDITAZIONE

All’alba di un altro giorno alla porta del tempio gli volevano far condannare una donna e lui la liberò (Gv 8,1-11). Questi continuano, imperterriti, a confondere leggi con leggi, ma si compie quel che bisogna che avvenga. L’alba inizia già a portare sollievo.  

GIOVANNI 18,33-40

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”. 

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: “Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?”. Allora essi gridarono di nuovo: “Non costui, ma Barabba!”. Barabba era un brigante.

MEDITAZIONE

Inizia il processo di Pilato e va in scena, fuori del racconto, il confronto che, al termine del I secolo, avviene fra i Giudei e l’impero. Il dialogo è a tre voci. Gesù afferma che il suo regno non è di questo mondo e, nella più grande quiete, «Io sono re». I capi al regno di questo mondo si erano abituati e chiedono libero il brigante, uno come loro, alle autorità dell’impero. Pilato testimonia la decadenza che fa stare al di qua della verità, per attaccamento alla ricerca o per comodo. 

GIOVANNI 19,1-11 

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi. Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: “Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna”. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”. Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa”. Gli risposero i Giudei: “Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”.

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: “Di dove sei tu?”. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. Gli rispose Gesù: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande”.

MEDITAZIONE

Pilato non poteva fare flagellare l’innocente e invece gli infligge i 39 colpi sulla schiena che, dati con corde munite di pezzi di metallo, strappano la sua pelle. Pilato lo mostra così, mentre sparge sangue e dice «Ecco l’uomo». E’ un parto. Nasce un uomo che non grida, come chi viene dalla carne, ma fa silenzio, perché ha dallo Spirito il potere di generare nella pace. I flagellati di oggi gli sono simili perché il loro silenzio aspira al parto di un uomo libero dall’indifferenza. 

GIOVANNI 19,12-16a 

Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare”. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via! Via! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i capi dei sacerdoti: “Non abbiamo altro re che Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

MEDITAZIONE

La ricerca di Pilato è senza energia e il suo giudizio ha del grottesco perché Giovanni racconta in modo da alludere che a sedere sullo scranno di giudice sia Gesù. Il suo processo al mondo dell’incredulità procede sotto traccia. 

GIOVANNI 19,16b-22 

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei””. Rispose Pilato: “Quel che ho scritto, ho scritto”.

MEDITAZIONE

Non l’iscrizione può identificare il giudice e re, per quanto dica la verità, ma la compagnia ai due condannati. Sono i primi che, elevato sulla croce, attira a sé e fa sì che dalla morte fiorisca la vita, dalla solitudine la comunione, dalla violenza la pace.

GIOVANNI 19,23s

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato -, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice:

Si sono divisi tra loro le mie vesti

e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. 

E i soldati fecero così.

MEDITAZIONE

La tunica rappresenta, priva com’è di cuciture, la volontà di Gesù di saldare i chiamati al suo popolo e di mobilitare Israele a parlare alle nazioni; è anche, già, l’unità della Chiesa che la Pasqua genera. Le comunità e le Chiese ammettono i peccati di divisione e i limiti di comunione. 

GIOVANNI 19,25ss

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

MEDITAZIONE

La madre di Gesù viene affidata a un figlio che l’accoglie nella sua casa; la include in una famiglia che la custodisce e che farà diventare Chiesa la sua casa. Viceversa al figlio che perde colui che l’amava, Gesù dona una madre. Le famiglie quest’anno celebrano la pasqua senza radunarsi nella comunità. Come Chiese domestiche. 

GIOVANNI 19,28ss 

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito. 

SILENZIO

GIOVANNI 19,31-37

Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

MEDITAZIONE

Si vuole evitare qualcosa di sgradevole, che diminuisca nella città la festa. Qualcuno però ha accettato che la pena e la sofferenza temprino la sua relazione con Cristo e continua a guardarlo, e così «ha visto». Il discepolo ha visto che dal costato la lancia ottiene acqua e sangue, il parto della Chiesa, nuova Eva, tratta dal Cristo assopito, nuovo Adamo. Il crocifisso plasma la fede della gente cristiana nelle case.

GIOVANNI 19,38-42

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

MEDITAZIONE

Come Giuseppe e Nicodemo, gli increduli che si lasciano toccare dal dubbio per amore di Cristo, anche noi riposiamoci nel giorno settimo, con colui nel quale Dio ha creato di nuovo il mondo e offerto senso alla storia. E’ vicino il sepolcro di Gesù e così la comunione dei santi.